L’Italia è il paese che amo

.Spettacolo vincitore della Segnalazione Speciale Premio Scenario 2011

con Veronica Capozzoli, Antonio Lombardi, Luca Serafini, Emanuele Tumolo
testi Luca Serafini, Emanuele Tumolo

regia Veronica Capozzoli, Giulia Olivari

Gli anni novanta iniziano con la caduta del Muro di Berlino e finiscono con la caduta delle Twin Towers, iniziano con macerie e finiscono con macerie. Anche se molto diverse tra loro.

E queste macerie entrano a far parte del nostro vivere quotidiano negli anni che preparano il cambio di millennio, si muovono come i pezzi di un cubo di Rubik: senza portare un ordine stabile diverso da prima, ma solo rimescolando le carte. E noi, cittadini italiani degli anni 90, ci ritroviamo a farci muovere dai pezzi del cubo, a far decidere la nostra storia dalle macerie che cambiano posto, ruotiamo su noi stessi come dei tasselli colorati all’affannosa ricerca di un’identità, all’inseguimento di uno spazio in cui sentiremo di essere un colore definito, una faccia a cui potremo dire di appartenere.

La nostra attuale condizione di società civile in stato di semicoscienza affonda una percentuale consistente delle sue radici, a parer nostro, nei terremoti che hanno rivoltato l’Italia negli anno 90, attuando un meccanismo di rapida retrocessione culturale, politica e sociale che oggi – citando Curzio Maltese – ci ha ridotti così.

La scena è composta da cubi di cui sperimentiamo l’uso e le funzionalità in uno spazio che è un cubo anch’esso. Sono cubi che illuminano, contengono, dividono, innalzano, schiacciano, in una spigolosità che richiama la meccanicità dell’utilizzo dei corpi, mentre la voce  e la parola animano un gioco alla ricerca di codici comunicativi altri, nella direzione di un loro utilizzo come strumenti di emissione sonora e quasi musicale su cui poggia il contenuto.

Sulla scena portiamo dei tipi, le cui parole, relazioni, intenzioni, sentimenti, caratteri e idee sono dettati da come si rimescolano su se stessi gli anni 90. Quello che ne emerge è una dinamica familiare in balìa di se stessa, una rappresentanza – un po’ alla maniera della Commedia dell’Arte – delle varie componenti del tessuto sociale italiano. La nostra ricerca parte, infatti, dalle persone, da quello che ci raccontano su quel periodo e su come l’hanno vissuto, e quel che salta all’occhio è che nessuno se ne sente attore attivo, ma ognuno ha la percezione di essere stato mosso da quello che accadeva…e allora anche tutto ciò che serve alla creazione dell’inganno teatrale lo muoviamo sulla scena, cercando giustificazioni coerenti al contesto per creare cambi luce o per azionare una musica, spudoratamente cercando il pretesto per agire sulla macchina teatrale senza considerarla tale, ma mostrando come anche gli elementi di illuminotecnica o fonica diventino parte integrante e in movimento della scatola in cui si dimenano le cavie.

E proprio perché i punti di vista sono diversi, ma una è la storia che leggono, allora ci intrufoliamo in diversi generi teatrali, mescolandoli e cercando una fluida e coerente unità, per dare ai diversi sguardi di un pubblico eterogeneo diverse possibilità di ricezione.

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